In collaborazione con l’Università degli Studi di Brescia – Facoltà di Economia e Management
Questo è il terzo “Almanacco” di “Equilibri Magazine”. Il Lettore può iniziare dall’indice, lasciarsi guidare dall’attrazione di un titolo, dal timbro di una parola, dal nome di un Autore noto. Oppure incrociare questi indizi e scegliere d’istinto, affidandosi a un rischio che può sorprenderlo. L’“Almanacco” non è un deposito di conoscenze. È insieme gioco e controgioco. Una sfida. Nella pluralità di stili e di generi mantiene un tono proprio, riconoscibile. Fa emergere legami sotterranei tra i testi che lascia al Lettore scoprire. Si rivolge direttamente a lui, chiamandolo a costruire il proprio “paesaggio mentale”. Non indica un ordine di lettura: orienta. Non si limita a registrare il tempo presente: lo racconta. Quest’anno il tema è l’acqua. Principio, fondamento, origine. Tutto nasce dallo stesso e vi ritorna. È l’elemento che si mescola e si separa, forza che trasporta e rilascia energia. È tempo che scorre, immaginazione che si trasforma. È materia della rêverie, del fantasticare. Invito a un viaggio senza fine. È metamorfosi. L’acqua è un fluido che trabocca, liquido che sfugge alla forma, materia che eccede e si disperde, simbolo di ciò che non si può trattenere. Sull’acqua sappiamo quasi tutto. Sappiamo che è scarsa, dove si disperde e come viene sprecata. Sappiamo che i suoli perdono drammaticamente la capacità di trattenerla; che le piogge non solo diminuiscono, ma si fanno irregolari, violente o intermittenti; che le falde si abbassano. Sappiamo che l’agricoltura intensiva assorbe circa il 70% dell’acqua disponibile e che l’urbanizzazione concentrata – città estese, ormai da decine di milioni d’abitanti – consuma, impermeabilizza, sottrae più di quanto i cicli naturali riescano a reintegrare. Sappiamo che l’accesso all’acqua potabile non è garantito a più di quattro miliardi di persone. Sappiamo che la tecnologia aiuta a gestire la scarsità, ma lascia intatto il modello di consumo dell’ acqua, ma non può modificarne la traiettoria. Non è un problema di conoscenze, ma di potere. Si continua a intervenire solo quando emergono problemi, con misure marginali, come se questi fossero sempre temporanei o facilmente reversibili. Curare la questione idrica con piccoli aggiustamenti equivale a trattare una patologia sistemica con una aspirina. La diagnosi è chiara: di fronte alle questioni sollevate, l’inerzia va spezzata. I giovani dell’ultima generazione non ci stanno: ignorarlo è impossibile. Da Hong Kong a Lima, da Rabat all’Europa, dall’Iran a tutto il Sud America. Non sfidano il potere frontalmente: lo eludono, lo aggirano. Essere come l’acqua. “Be Water, my friend”: una parola d’ordine, non una metafora.
